giovedì 12 novembre 2009

Tra il gotico e il fantasy: il primo romanzo di Debora De Lorenzi


Maledetto libero arbitrio
di Debora De Lorenzi
Statale 11 Editore, 2009

€ 12.00
pp. 124

La prima cosa che salta all’occhio leggendo Maledetto libero arbitrio, prima opera pubblicata di Debora De Lorenzi, è che il romanzo ha interessanti caratteristiche d’internazionalità: innanzitutto, la trama rimanda al genere gotico, con punte di fantasy, senza però mai trascurare l’importanza dei sentimenti, che sono sempre il sottofondo melodico della pagina. Inoltre, la grande scorrevolezza della scrittura è accompagnata da una netta preferenza per il dialogo, che contribuisce a dare un aspetto decisamente cinematografico alle sequenze più importanti.
A questi elementi si unisce una notevole attenzione alla scoperta di sé, intesa come scavo interiore: la giovane protagonista, Vittoria, è divisa dalla profonda dicotomia tra volere e potere. Per anni ha soffocato i suoi desideri, per paura di scoprire chi fosse veramente. Se già scoprire sé stessi è sofferenza, figuriamoci se la scoperta nasce dalla sofferenza! È infatti in seguito alla morte del padre che Vittoria mette in discussione la sua storia collaudata (ma terribilmente noiosa) con Luca e, non da ultimo, anche sé stessa, per aver rifiutato di cogliere le occasioni che la vita le ha proposto. Questo è più che sufficiente, direi, per creare una profonda crisi, che investe anche il settore lavorativo: Vittoria dimostra ormai disinteresse per la galleria che il padre le aveva regalato per esporre i suoi quadri, e non le importa neanche che un acquirente sconosciuto voglia comprare la sua opera preferita per una cifra da urlo.

Vorrei, tra l’altro, far notare che il quadro in questione s’intitola “Sensazioni”. Trovo che non sia un nome di poca importanza; al contrario, è un filo rosso che percorre l’intero libro. Rimanda, innanzitutto, all’impulsività e all’istinto, così fortemente radicati in Vittoria, che cercano di liberarsi; ma anche una sorta di rimando metanarrativo, come se l’autrice segnalasse la principale chiave di lettura, ovvero affidarsi alle sensazioni che comunica e suscita il romanzo.

Ad ogni modo, è chiaro che è difficilissimo uscire da un simile empasse, perché Vittoria deve lottare per la sua rinascita, intesa come ricostruzione, e non come abbattimento del passato. In questo cammino, la forza e il coraggio della protagonista sono fondamentali, sebbene sia ancora più forte la sua umanità, ovvero un intreccio di fragilità, dubbi e tentazioni che non fanno di Vittoria un’eroina sterile, ma un personaggio credibile, portato a scegliere in base al suo “libero arbitrio” (da qui il titolo).
Così, infatti, schiacciata da tutta la sua sofferenza che impedisce ormai di condurre una vita normale, Vittoria fugge, corre nella sua Firenze, normalmente così amata, ma ormai sfondo del suo dolore, e, come spesso succede, tutta la rabbia, l’angoscia, l’inquietudine si sfogano in un urlo liberatorio. Ma questo grido, oltre che spezzare la pesante apatia in cui era piombata Vittoria, crea qualcosa di inaspettato anche nel mondo circostante. Qui possiamo dire che termina la prima parte del romanzo, fortemente realistica, e il grido, questo “basta” evidenziato anche graficamente dal maiuscolo sulla pagina, è un vero e proprio raccordo tra ciò che Vittoria era nella realtà dolorosa di Firenze e ciò che diverrà, invece, in uno spazio trasfigurato che ha tanti elementi fantasy e altrettanti incontri misteriosi, tra cui la conoscenza di dei bellissimi Gabriel e Marcus, che daranno un contributo fondamentale nella formazione e nella rinascita di Vittoria.

GMG

Con grande piacere ricordo che ieri sera a Pavia è stato veramente bello l'incontro con l'autrice. Abbiamo parlato di lei e con lei io e Andrea Borghi (collaboratore della pagina culturale de "Il Punto" e insegnante pavese), mentre Arianna Centi Pizzutilli (bravissima lettrice Adov e appassionata letterata) ha letto brani scelti dell'opera (presto vedrete le foto!).



Presto anche l'intervista a Debora!

Vuoi trovarlo? Clicca qui!

martedì 10 novembre 2009

A ritmo di rap con Alessio Pracanica


Racconti dell'età del rap di Alessio Pracanica
(Ed. Creativa)

I 22 racconti che compongono il libro di Alessio Pracanica - Racconti dell'età del Rap - possono essere intesi come una chiave per accedere gradualmente nella mente poliedrica del suo autore: si inizia il percorso con le divertenti riletture storiche dell'enigmatico sorriso della Gioconda (Mon sourire), dell'arrivo dei troiani sulle spiagge italiche (Il figlio di Troia) o le amletiche e surreali domande del protagonista di Hommes 40 chevaux 8. Si crede di essere capitati in un contesto di ironia e nonsense, ma quando ci si rilassa iniziano le emozioni forti. E non si tratta più solo di episodi storici raccontati con proprietà della materia tra il serio e il faceto, ma di storie passate, presenti e future che scavano dentro gli orrori e le nevrosi, un po' introspettive, un po' pulp, un po' fantascientifiche. Racconti ben scritti, ben circostanziati: un lavoro notevole visto che sono ambientati in epoche e luoghi diversi. Alcuni estremamente goliardici (Zia Susanna che vive sotto un tavolo), altri di grande impatto emotivo, come Grand Hotel Saigon e Il mostro di Morodia. Tutti però caratterizzati da una garbo che rende accettabili anche argomenti molto forti.
Solitamente i racconti si gustano un po' per volta, ma i Racconti dell'età del rap sono come le ciliegie, uno tira l'altro, fino alla fine del libro.

Ecco le sue risposte ad una veloce intervista.

Due parole su di te e sul tuo approccio al mondo della scrittura

Ho 40, mi chiamo Alessio Pracanica e vivo in Sicilia. Il mondo della scrittura per me è stato innanzitutto il mondo della lettura. Amando la letteratura, ho sognato di farne parte, finchè il sogno non si è avverato.

Quando e perché hai iniziato a scrivere?
Prestissimo, intorno ai dodici anni. Il perché non saprei. Mi sembrava naturale farlo ed avevo delle cose da dire.

Cosa significa per te scrivere?
Scrivere è un atto divino. Lo scrittore è l’essere più vicino alla divinità che esista. Solo lui decide gli eventi, se un personaggio girato l’angolo vince alla lotteria o gli scoppia un tumore al cervello. Ripeto: scrivere non ha niente di umano. Scrivere bene, almeno.

Quali sono i tuoi libri del cuore?
Tanti, troppi. Il Don Chisciotte innanzitutto, poi Oblomov, I Miserabili, Dracula, tutto Saramago, ma sono solo esempi. Pasolini per la poesia, Calvino per la prosa, ma quelli bravi sono davvero troppi, per elencarli tutti.

E quelli che non leggeresti mai?
Non c’è un libro che non andrebbe letto. Anche il Mein Kampf di Hitler. Mi ha insegnato come NON bisogna scrivere e soprattutto come NON bisogna pensare.

Il libro più bello che hai letto negli ultimi tre anni?
Il Don Chisciotte, ovviamente. Lo rileggo spesso. Per me è come il Robinson Crusoe, per il maggiordomo de “ La pietra di luna”. Di recente ho letto un romanzo bellissimo “ La fossa comune” di Alessandro Bastasi.

E quello che ti è piaciuto di meno?
Ho un certo talento nella scelta dei libri. Non compro mai cose che non mi piacerebbero.

Cosa ti piace e cosa no dell’editoria italiana attuale?
Unica risposta per due domande divergenti: è un panorama di macerie, prima o poi ci toccherà rimboccarci le maniche e ricostruire.

E del panorama culturale italiano d’oggi?
Idem

Film preferito?
The Kingdom di Lars von Triers

La canzone del cuore?
Il motore del sentimento umano, Ivano Fossati.

lunedì 9 novembre 2009

Alla ricerca di nuovi ideali: La fossa comune di Alessandro Bastasi



La fossa comune di Alessandro Bastasi
Ed. 0111

In bilico tra il thriller politico e il romanzo storico, La fossa comune (0111 Edizioni) di Alessandro Bastasi racconta le vicissitudini di Vittorio Ronca, un uomo che, dopo devastanti esperienze professionali e affettive, approda nella Russia post-sovietica dei primi anni '90, dove viene coinvolto in un attentato al presidente Boris Eltzin. Pagina dopo pagina, però, quello che emerge dal romanzo è soprattutto il ritratto di una generazione, quella che aveva vent'anni nel 1968, destinata fin dall'inizio a scontrarsi con una realtà spesso irriducibile ai suoi schematismi. E sogni e ideali, stritolati in tale scontro, non possono che finire in una fossa comune.

Anche se si tratta di un romanzo, La fossa comune racchiude in sé tutto il valore documentario di un diario, poiché è il frutto delle reali esperienze dell’autore che si è trovato a vivere, per motivi di lavoro, nel periodo in cui la Russia ha subito il grande passaggio dall’URSS all’era di Eltsin.
« Nel corso della mia permanenza – spiega Alessandro Bastasi - ho assistito, giorno per giorno, al processo di dissoluzione del vecchio regime e alla nascita del nuovo e, giorno per giorno, annotavo quanto avveniva sul piano economico, sociale e politico. Non avevo ancora l'idea di scriverci sopra un romanzo, erano appunti sparsi per un utilizzo da definire. Poi nasce l'dea di mettere a confronto con questo processo il vissuto politico-culturale, ma soprattutto personale, di un ex sessantottino. Ho quindi costruito il personaggio e l'ho calato nella bolgia della Russia di quegli anni. »

Alessandro Bastasi è nato a Treviso il 21 ottobre 1949. Laureato in fisica all'università di Padova, attualmente vive a Milano e lavora come amministratore delegato di una società nel settore ICT.
Nella vita ha fatto l’attore e il cronista teatrale, ha scritto racconti vari e il romanzo, "La fossa comune". L’approccio al mondo della scrittura gli è venuto naturale, essendo forte in lui la passione per l’espressione artistica. Quando una tematica gli sta a cuore la approfondisce e il modo migliore per chiarirsi le idee è proprio scrivere una storia che attraversi quel tema in profondità.
Ha appena terminato il suo secondo romanzo, La gabbia criminale, un noir che scava nella memoria e nei chiaroscuri della vita di provincia.

domenica 8 novembre 2009

Piccolo mondo novecentesco: la Bellano di Andrea Vitali



Almeno il cappello
di Andrea Vitali
Milano, Garzanti, 2009

Pp. 408
finalista al Premio Campiello 2009

Mi hanno sempre detto di essere il più possibile oggettivi nelle recensioni, ma cosa fare per un libro che ti coinvolge totalmente e che pensi abbia toccato l’apice in piacevolezza e sapienza narrativa? Specialmente se, diciamocela tutta, la trama è quanto di più originale abbia letto negli ultimi anni: un incrocio di vite paesane, pettegolezzi ed esperienze quotidiane, vissute da personaggi ben oltre le righe. Allora mi scuso, cerco di recuperare un po’ di obiettività e chiedo perdono se da questa pagina trasparirà troppo il mio entusiasmo.

Il cosiddetto ‘pretesto letterario’ viene dalla formazione di un Corpo Musicale come si deve a Bellano, paesino sul Lago di Como, nei primi decenni del Novecento. E qui si inizia a far conoscenza coi vari personaggi, tutti con un loro carattere particolare, secondo il quale rispondono (e reagiscono) sempre con coerenza, di pagina in pagina. Per quanto siano caratterizzati e riconoscibili per loro qualità o difetti specifici, le macchiette e i personaggi un po’ picareschi non scadono mai in caricature grottesche. Al contrario, ci si affeziona subito, anche grazie alle vicende che l’autore sapientemente interrompe nei momenti di suspense, per poi riprenderle al momento giusto.

Ora, potrebbe venire un dubbio: non si rischia di perdersi, in mezzo a tanti nomi, un po’ come nei classici russi? Assolutamente no. E ve lo dico così, ancora sbalordita da questa insolita scoperta: i vari personaggi agiscono in modo così autonomo e credibile da essere tutti protagonisti, e tutti memorabili per qualche loro peculiarità. Ma non sono, attenzione!, storie distinte: le loro vite corrono sulla carta (e, si badi, uso “correre” proprio perché sono svelte, dinamiche), tutte in contemporanea, verso la costituzione di un corpo musicale degno di nota. Il bello è che, a parte questa breve suggestione, la trama non è affatto riassumibile, perché tante (mai troppe) sono le vicende intrecciate. Ne ricorderò solo un paio per farvi assaggiare cosa sia questo romanzo. Al ragioniere Geminazzi, futuro direttore del corpo bandistico, e alla sua numerosissima famiglia accadono imprevisti gustosi, tutti dominati dall’equivoco. L’ubriaco suonatore Nasazzi, talentuoso primo clarino e da poco vedovo, contrae (proprio come una malattia) il secondo matrimonio con una virago,la Noemi, che cercherà di redimerlo dai suoi peccatucci alcolici a suon di ceffoni. La formosa Armellina rifugge la corte degli uomini del paese, perché vuole trovare un marito che non badi solo alla sua procace scollatura. Un podestà ambiguo, il Parpaiola, un po’ come tutti gli uomini politici d’ogni tempo, cerca di avvallare le spese per il corpo bandistico, ma ogni volta resta compromesso dalle sue parole o dalle situazioni più disparate,… Tradimenti, morti, amori, amicizie, invidie, maldicenze, chiacchiere,…

Non manca neanche un consapevole e giocoso, per quanto rispettoso, rimando alla tradizione letteraria: così, per esempio, a tutti verrà in mente come la pettegola Scudiscia (si noti il nome parlante!) ricordi la Perpetua di Don Abbondio, e alcune scene rimandino addirittura alla notte "degli inganni e dei sotterfugi" di manzoniana memoria. O ancora, gli stessi nomi e cognomi nascono da una scelta attenta a consapevole, sempre originale, molto spesso divertente perché rispondente al carattere del personaggio. Su tutto, domina l’artificio antichissimo dell’equivoco: i diversi punti di vista e i fraintendimenti sono tra le parti più gustose del libro, perché il lettore è sempre reso partecipe delle diverse prospettive, così verosimili da portare a una risata di gusto per le loro conseguenze strampalate, da commedia classica.

Sapientemente, Vitali sa come interrompere e riprendere le vicende: sebbene il narratore sia esterno e non commenti quanto accade, più volte si ha comunque l’impressione di una strizzatina d’occhio. Viene preferito il capitolo brevissimo, di qualche pagina al massimo, e molto spesso l’inizio di uno fa da raccordo col precedente, in una sorta di struttura prosastica “capfinida”. Altre volte, si commenta una vicenda dal punto di vista di un altro personaggio, creando così una polifonia piacevolissima, sempre saggiamente intarsiata con gli eventi. Tutta questa splendida riproduzione di vita quotidiana non sarebbe possibile se non fosse accompagnata da uno stile sciolto e capace, sempre appropriato al contesto. Vitali è un vero affabulatore, un po’ come un cantastorie del Duemila, la cui fantasia non si accontenta di una sola storia, ma è generosa, e sceglie un paese.

(Infine, visto che ho travolto i canoni di una onesta recensione, vorrei per una volta lodare il risvolto di copertina: sintetico ma sufficiente a minacciare il lettore che troverà davanti a sé un libro come se ne leggono pochi oggigiorno, dominato dal piacere del racconto, senza paura di uscire dal già detto).


GMG

mercoledì 4 novembre 2009

Il letto di formiche


Il letto di formiche
di Donato Dallavalle
Milano, Excelsior 1881, 2009

€ 12,50
pp. 147


Avere un protagonista fuori dagli schemi è impegnativo, e portarlo avanti con coerenza di pagina in pagina, ancora di più. Se addirittura si assume il suo punto di vista per narrare una storia cruda, violenta, insolita ma così disperatamente verosimile, ci si trova davanti a una vera e propria impresa. Questa via viene intrapresa coraggiosamente da Donato Dallavalle, giovane scrittore piacentino, con il suo primo romanzo, Il letto di formiche. E Donato traccia la storia con un lapis pesante che scava nel foglio, e lascia un solco che non si cancella nel tempo. La vicenda è terribile e, al tempo stesso, struggente: il protagonista Emilio, ex terrorista, torna dal carcere e ad accoglierlo c’è la casa diroccata e fatiscente del fratello defunto. Dentro, nessuna traccia dell’amata nipote Lucia, ma solo la presenza enigmatica di Anna, compagna del fratello, ma invaghita dello stesso Emilio. Fuori, l’intrico degli alberi, l’inquietudine di terra smossa di recente, l’instillarsi continuo di dubbi che non permettono mai a Emilio di fidarsi di chi resta.

Ma non sono questi gli unici spazi degni di nota. Fuori, Emilio si mostra determinato a indagare sulla sparizione di Lucia, un po’ come pronto a restaurare la propria vita sulle macerie. Dentro, invece, un passato che rimorde in flashback fulminei: ogni oggetto, in casa, scatena un ricordo feroce, perché ormai forzatamente andato. Resta solo una speranza fragile, che è forse l’unica nota che alleggerisce il clima altrimenti sempre mortifero e decadente.

Pronta a oltrepassare tutti i limiti, Anna è un personaggio interessante, tutto da indagare. Il suo sentimento per Emilio (o siamo davanti a un’ossessione?) è tale da portarla a perdere addirittura la propria identità, a stringere il suo corpo sformato nei vestiti della nipote, pur di rassomigliarle: «Perché se anche divento ridicola, quando sono lei, io mi sento bella, magnifica… perché allora il mio amore per te è appagato totalmente» (p.114). Patetica rincorsa d’amore, la sua, e patetico il tentativo di Emilio di illudersi, nonostante lo squallore.

D’altra parte, l’autore non ha affatto paura di raccontare un mondo desolato, né di indugiare sull’orroroso. Al contrario, va a riscoprire con un certo compiacimento il gusto barocco per la distruzione, il disfacimento di ciò che è stato e di ciò che è, a costo di rasentare il macabro, e affondarci le mani e la penna. Sangue raggrumato e sangue ancora a scorrere, sulle sue pagine.

Ad accompagnare il tutto, una vera e propria invasione di formiche (da qui il titolo), simbolo di disgregazione e animali necrofagi per eccellenza. Tant’arte contemporanea ha eletto le formiche a sintomo di decomposizione, anche allegorica: si pensi anche solo alle opere di Dalì, in cui le formiche rappresentavano la corruzione dei valori tradizionali e la precarietà dell’uomo contemporaneo. Basta anche solo una scena per riproporre l’intreccio di incubo e di immaginazione, in una apparizione quasi surrealistica: «Per poco non urlò. L’interno era tappezzato di formiche che, spaventate dal rumore e dalla luce, correvano al riparo. Davanti a lui si crearono strani e colossali disegni animati, come dovuti a un fitto tratteggio di china. Ed Emilio le guardava scappare e seguiva i mutamenti di quello che gli era sembrato un fiore e che divenne una sorta di tentacolo retrattile. Sentì il rumore delle loro zampette, distinse le urla della formiche impazzite. Salvate la regina, salvate la regina!» (pp. 118-119).

Infine, non posso non soffermarmi sullo stile scrittorio: rapido, personalissimo, originale; tanto scorrevole da calamitare, facendo passare in secondo piano alcuni piccoli problemi di editing che senza dubbio scompariranno in una seconda edizione che speriamo possa arrivare presto. Il pregio dell’opera è tutto qua, nella sua struttura così ben calibrata in capitoli sapientemente divisi; l’attenzione alla prosa e alla suspense; e soprattutto la capacità dell’autore di straniarsi e non commentare l’operato di Emilio, rischiando di far cadere il romanzo in una banale opera moraleggiante. Perché, in fondo, anche Emilio, personaggio altamente discutibile, non solo non viene giudicato, ma non risulta neanche giudicabile in tutto il libro: crudamente umano, senza orpelli né abbellimenti, Emilio è logico nella sua tormentata esistenza, a tratti incantatore per coerenza e perseveranza, a tratti odioso per il martellare ossessivo di certe idee, ma sempre credibile e ben focalizzato.

GMG

martedì 3 novembre 2009

I bizantini e Istanbul

Istanbul
di Orhan Pamuk
Torino, Einaudi, 2006
pp. 388

I bizantini
di Averil Cameron
Bologna, Il Mulino, 2009
pp. 323


Il lavoro che mi accingo a proporre è frutto di una lettura incrociata di due testi egualmente noti e stimolanti nell' ambito degli studi degli orientalisti e di coloro che, seppure dilettanti, desiderano accostarsi alla civiltà bizantina con quella curiosità propria di chi ha in mente le cupole delle moschee, riproduzioni di quella prima grandiosa e ineguagliabile di S. Sofia; le tessere vitree fissate a mano su strati di doppia malta secondo microangolature che riflettono i raggi del sole in migliaia di microdirezioni... gli stessi mosaici che in età tardo comnena furono superbo vanto dell' impero. La Istanbul di chi mentalmente vede souq e bazar e venditori ambulanti e commercianti di tappeti e shisha e samovar fumanti, emananti aromi di tè alla mela, cannella e chiodi di garofano.
Chi anche per poco, fermandosi davanti alla vecchia locomotiva dell' Orient Express, non ha sognato di viaggiare in carrozza al fianco di W. Churchill, Agatha Christie o, perchè no?, del suo personaggio Ercule Poirot, quando, attraversando mezza Europa, giungevano nella terra dell' esotismo per antonomasia? Cosa avrà significato per tante generazioni navigare sul Bosforo dopo aver attraversato lo stretto dei Dardanelli sulle antiche rotte di Ilion, la leggendaria Troia? E quante stirpi si sono avvicendate in conflitto tra loro o crecando un' integrazione pacifica tra greci, ebrei, rus' e avari, slavi, arabi, peceneghi, mongoli e latini ( più tardi italiani veneziani e genovesi), ottomani?


Questa disamina vuol forse essere l'analisi di una città e la psicanalisi del suo passato, dei suoi traumi, delle sue esaltazioni più che la critica testuale de "I bizantini" di A. Cameron, docente oxoniense, e di "Istanbul" di O. Pamuk, premio Nobel per una letteratura che è anche storia enciclopedica di una nazione e più popoli; storia comune che scorre e trascorre parallelamente a quella autobiografica dell' autore e a quella di un altro mondo, occidentale e remoto; storie che però, spesso e volentieri, intersecano i rispettivi percorsi.
Le vicende dell' odierna Istanbul, battezzata Costantinopoli da Costantino il Grande, attraversano di fatto un arco che va dalla tarda antichità al Medioevo e al primo Rinascimento (reso possibile in Italia grazie alla rivalutazione del greco riscoperto in seguito alla fuga verso la nostra penisola degli intellettuali bizantini scampati al sacco del 1453 e recanti seco manoscritti sottratti alla distruzione o all' oblio).
L' Istanbul contemporanea è poi l' emblema del moderno tema del doppio, la città eternamente scissa tra Asia e Europa, almeno nella prospettiva metodologica alla base della tradizione storiografica occidentale. La separazione di Oriente e Occidente infatti è più un' ideologia e una sovrastruttura che un dato oggettivo: un filo sottile lega autori come Flaubert e Maupassant a certi scenari permeati da un' aura malinconica: le "spolia" di antichi monumenti e palazzi nobiliari, le case fatiscenti, i passanti soffocati nel grigiore dell' atmosfera ( la stessa riproposta dagli scatti di Pamuk e dal capitolo "Bianco e nero"). Questo leit motiv è una "tristezza" che, volendo rendere il termine con un equivalnte nell' ambito del linguaggio decadente, si potrebbe rendere con "spleen", e che l' autore riferisce a "quattro autori tristi" attratti dal canone occidentale, ad esso ispiratisi senza mai riuscire a riprodurlo, sospesi in un limbo di solitudine in un' esperienza di scrittura troppo atipica per essere erede della tradizione bizantina, eccessivamente gravitante attorno a quel sole, al nucleo atomico, che è Istanbul per essere un sistema europeo.
Gli autori di Pamuk sono Koçu, Hisar, Kemal e Tanpinar, assidui lettori di Mallarmé, Gide, Valèry, Proust. E' Hisar a parlare di "civiltà del Bosforo" e ad affermare, immedesimandosi in questo malessere cronico legato a un' inarrestabile declino, che "tutte le civiltà, come gli uomini nelle tombe, sono transitorie. E noi sappiamo che le civiltà scomparse non torneranno più, come i nostri morti."
Di civiltà morte Istanbul ne ha conosciute molte restando sempre città viva e vissuta nonostante sia stata segnata da riforme fiscali e militari come l' istituzione dei themata ( terreni concessi dallo stato ai soldati in luogo del solidus inflazionato perchè questi li proteggessero per il proprio interesse particolare e a titolo gratuito) ; dalle guerre persiane, concluse da Eraclio con il recupero della Vera croce restituita alla città di Gerusalemme; dai concili e dallo scisma della Chiesa ortodossa; dal sacco del 1204 in cui il Mandylion, trafugato, fu portato in Europa dai crociati; dagli attacchi e dalle incursioni che Bisanzio respinse sotto la protezione della Vergine Theotokos, la guerriera madre di Dio, patrona di Costantinopoli; dall'assedio che segnò la caduta dell' Impero Romano d' Oriente o, come la chiamarono gli ottomani, "la Conquista" e la "turchizzazione"; dalla Repubblica e dall' avvento di Ataturk; dalle epurazioni razziali.
Oggi gli scavi, le suppellettili, i monili, l' abbigliamento, ciò che concerne la cultura materiale in genere ma anche gli archivi, i documenti e le agiografie ritrovati negli antichi monasteri (come quello di S. Caterina sul Sinai), le arti visive e il "Libro delle cerimonie" redatto da Costantino VII Porfirogenito e riguardante il protocollo e l' etichetta di corte, le icone ( i cui realizzatori si ritennero ispirati da Dio al pari degli autori delle Sacre Scritture e tra i quali si colloca D. Theotokopulos), ci restituiscono l' immagine di una cultura ricca a tal punto da costituire un universo a sè stante e caotico, affollato e malinconico come la polverosa soffitta di un collezionista di pezzi d' antiquariato tanto preziosi quanto negletti...

lunedì 2 novembre 2009

Il Salotto: intervista a Renzo di Renzo


Ballammo un'estate soltanto è una raccolta poetica che resta, senza dubbio, nel cuore e nella memoria (leggi la nostra recensione). Per questo non potevamo non contattare l'autore, invitarlo al nostro Salotto. Detto fatto: ancora ringrazio Renzo per la gentilezza, la disponibilità e l'attenzione con cui ha risposto alle nostre curiosità. Come promesso, ecco le nostre parole.

Ballammo un’estate soltanto: titolo evocativo e bellissimo, racchiuso tra un passato remoto così definitivo, ribattuto da quel “soltanto” che sembrerebbe limitare l’esperienza a un singolo periodo. Leggendo, ci accorgiamo invece che non è così, ovvero che quell’estate si prolunga e accoglie più emozioni possibili. Puoi raccontarci come è nata l’idea del titolo? Folgorazione o risultato di un rovello poetico?
Né l'una, nell'altra. Piuttosto il caso o il destino. C'è un film di un regista svedese, Arne Mattsson, che si intitola "Ha ballato una sola estate". E' la storia di un amore che nasce durante una vacanza estiva e finisce tragicamente. Ha vinto anche l'Orso d'Oro a Berlino nel 1952. In realtà non mi ricordavo di quel film, ma come spesso accade la memoria accumula dati quasi senza volerlo: evidentemente quel titolo mi aveva colpito. Io avevo questa idea in testa, di una sola stagione che in realtà, come hai inteso bene, dura e ti cambia la vita per sempre. Ho scritto la poesia che dà il titolo alla raccolta e come spesso succede l'ho registrata senza "salvare con nome" il file. Così automaticamente si è salvato il primo verso: mi è sembrato un buon titolo per l'intera raccolta.

“Ballammo”: già nel titolo è presente una delle metafore ricorrenti, il ballo. Anche presso le tribù, il movimento è metafora di vita, di amore, di sensualità, ma è anche fatica, costanza, passione (in senso etimologico). Com’è il ballo nei tuoi versi?
Quasi inconsapevolmente mi sono accorto che l'idea del ballo circolava in molte poesie. E sì, certo, ha a che fare con l'espressione di sé, la sensualità, la fatica. Tutte quelle cose che hai scritto. Ma ha anche decisamente a che fare con la musica e il ritmo, proprio come la poesia. Mi offriva anche una cornice a tre diversi momenti della vita: il ballo di gruppo dell'impegno sociale, il passo a due dell'amore, la solitudine e il virtuosismo dell'assolo. Non solo, il ballo è anche metafora dell'atteggiamento con cui affrontiamo le cose: possiamo stare in disparte, semplicemente a guardare gli altri ballare con lo sguardo lucido dell'osservatore, o possiamo partecipare al rito fino a perdere coscienza di noi stessi.

Una curiosità un po’ insolente: un’estate soltanto. Questa raccolta è davvero frutto di una folgorazione estiva, o hai raggruppato poesie che coprono un periodo più lungo?
Ci sono poesie scritte molto tempo fa ed altre più recenti. Però fanno tutte parte di una stagione e mi sembra ci sia una certa coerenza, come se si fosse trattato di una lunga estate intermittente, che ha attraversato gli anni.

Sono rimasta molto colpita da quel distico essenziale: «Sto imparando/ la lentezza», scandito da un ritmo che ben si adatta al contenuto: cos’è questa lentezza, e cosa rappresenta per te?
Sono contento che ti abbia colpito, e vuol dire anche che hai colto appieno il senso generale del libro. E' un verso che ho scritto molto tempo fa, quando ho fatto il giro della Sardegna in bicicletta, da solo. Passavo le giornate spostandomi - lentamente - da un posto all'altro e la sera scrivevo cartoline a me stesso, che avrei trovato al ritorno. Su una di queste c'era scritto appunto "sto imparando la lentezza". Penso che rappresenti bene l'idea della "durata" che sottende tutto il libro. E' un verso brevissimo eppure è esattamente il contrario della velocità. Non solo per quello che esprime, ma anche per come lo esprime: quel verbo, “imparare” - usato per di più al gerundio – implica appunto un processo che necessariamente non avrà fine, che dura per sempre. “Ballammo un’estate soltanto”, in fondo, racconta proprio questo. Racconta la persistenza di alcune stagioni, alcuni momenti della nostra vita – “nostra” perché alla fine per tutti c’è o c’’è stato il tempo dell’impegno sociale, della solitudine, dell’amore – in modo semplice ed essenziale.

La raccolta è divisa in tre tempi (e anche qui l’attenzione alla sonorità e al ritmo): Balli di gruppo, Passo a due e la finale Assolo. È corretto parlare di un cammino verso la solitudine nel ricordo?
Non so, non è un percorso lineare. Viviamo contemporaneamente sentimenti diversi. Anche qui la metafora del ballo ci può aiutare: in fondo se si potessero allineare i passi fatti durante il ballo in un'unica direzione, probabilmente avremmo già fatto il giro del mondo. Invece continuiamo a ballare in tondo, ci muoviamo nello stesso luogo, siamo tristi e felici, nello stesso istante.

Ho personalmente molto apprezzato la scelta dell’impaginazione, così ariosa e anche coraggiosa. Cosa hai pensato trovando i tuoi versi in tutto quel bianco?
Credo che anche il vuoto, insieme alla lentezza, sia un valore in questo momento. Gillo Dorfles - un artista e un critico - parla di "horror pleni" come caratteristica della nostra epoca, in cui siamo sommersi da cose, segni, rumori - che in fondo non è altro che una reazione all' "horror vacui" primitivo. Io credo sia importante fermarsi, recuperare la lentezza e il vuoto per apprezzare le poche cose che davvero contano nella nostra vita. E soprattutto non avrei fatto un libro di poesie così, se non avessi trovato un editore come Michele Toniolo, di Amos, che fa ancora i libri per passione, con una cura e un'attenzione straordinaria anche al libro come oggetto. E' stata sua l'idea anche di affiancare dei disegni alle poesie.

Mi sono soffermata più volte sulla tua capacità di fondere una brevità incisiva a bellezza artistica. Come vedi la poesia di oggi?
La poesia non è oggi. La poesia è sempre. E' un "oggetto" così fuori dal mercato che non segue le tendenze. Esistono quindi diverse forme, diverse possibilità di poesia, tutte egualmente plausibili. Io posso parlare della mia che è sostanzialmente una notazione a margine della vita, è fatta di frammenti, particolari, dettagli, in cui comunque si intravede una storia, che ogni lettore può ricostruire a sua immagine. E riguardo alla brevità, per restare sul terreno musicale, potremmo ricordare ciò che Giuseppe Verdi ripeteva ai suoi librettisti: “sono sempre lunghi quei versi che si potevano risparmiare: un concetto espresso in due versi è lungo qualora si poteva esprimere con uno solo”.

Come potresti definire il connubio tra i tuoi versi e i disegni di Isotta Dardilli?
L'idea di affiancare dei disegni alle poesie, come detto, mi è stata suggerita dall'editore. Io ho pensato subito ad Isotta Dardilli, perché credo che anche lei sappia esprimere con pochi segni - in questo caso - un concetto o meglio un sentimento. Le ho fatto leggere le poesie e lei ha creato quelle immagini. In fondo anche quella tra immagini e parole è una danza.

Essendo anche autore di raccolte di racconti (Brevi incontri lunghi addii, Theoria, 2000; Un motivo privato, Marsilio, 2007) e di un romanzo per bambini (Nero, Einaudi, 2008), vuoi dirci quale posto occupa la poesia nella tua scrittura? È momento privilegiato, elitario, ritaglio di riflessione, o…?
C'è una poesia nella raccolta che in fondo sintetizza questa situazione: "Per scrivere devo vivere/e se vivo, non scrivo". Io faccio un altro mestiere, mi occupo di arte e comunicazione e purtroppo ho sempre meno tempo da dedicare alla scrittura. Sto cercando di scrivere un romanzo, ma un romanzo ha bisogno di cure costanti, attenzione, disciplina, di un ambiente protetto. La poesia invece ha il pregio di poter nascere in ogni momento. E' come quei fiori che in montagna, non si sa come, attecchiscono anche sulla roccia. Difficilmente uno si siede alla scrivania e pensa: adesso scrivo una poesia. La poesia non implica premeditazione, semplicemente accade.

Leggeremo presto altre poesie? Vuoi anticiparci qualcosa?
Non lo so, per quanto ho detto prima. Sicuramente la poesia è anche più pericolosa. E' come un indumento troppo piccolo, che non copre abbastanza e ti costringe a farti vedere nudo. Di sicuro ne scriverò, ma non se se avrò voglia di farle leggere ancora.

Noi speriamo senza dubbio di sì! Per il momento, grazie ancora e buona lettura a tutti.

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domenica 1 novembre 2009

Ascoltare un libro...


Radiohead. A Kid. Testi commentati.
di Gianfranco Franchi
Arcana Edizioni (2009)
pp. 437

Non mi dilungherò nel raccontarvi di cosa parla - fin troppo palese - o dello stile di scrittura di questo giovane autore o di chi siano i Radiohead. Potete facilmente leggerlo in qualsiasi pagina web. Voglio più semplicemente raccontarvi perché provo ancora entusiasmo nel guardare questo volume azzurro appoggiato sul mio comodino.

Chiunque ami leggere sa che la lettura richiede concentrazione, silenzio, qualche volta un sottofondo che, a seconda delle stagioni e delle atmosfere che si ricercano, può essere la pioggia, lo scoppiettio del fuoco, le onde del mare, il vento. Di certo la lettura è “disturbata” dalle parole, dai rumori e, ahimé, anche dalla musica. La musica, invece, può provocare un diverso abbandono, portare al movimento, invita a cantare, a chiudere gli occhi e a volare con la fantasia. Chi, come me, ama entrambe, nel tempo libero si trova spesso costretto a scegliere: libro o cd? Non questa volta: libro e cd!
Così ho sperimentato un nuovo tipo di lettura, esperienza per me diversa e appassionante.

Di certo i Radiohead sono uno dei miei gruppi preferiti, ma non sono mai stata né un’esperta né una fan accanita. Rimane il fatto che se una musica mi prende, sento la necessità di andare a scoprire che cosa c’è dentro al testo e, soprattutto, cosa c’è dietro al testo. I ritmi dei Radiohead trascinano, travolgono, alcuni brani entrano nel cuore e ne tirano fuori emozioni, spesso lacrime. Così quando ho saputo dell’uscita del libro, non ho potuto fare a meno di acquistarlo.

Cosa c’è di magnifico in questo saggio? Prima di tutto il modo di leggerlo: non è necessario iniziarlo, non è necessario finirlo, non bisogna seguire le pagine una per una, dalla prima all’ultima. Questo è un libro da portare con sé, da avere a portata di mano, in borsa, in macchina. Da tirare fuori quando alla radio passa un brano di Thom Yorke, quando ci si sveglia con il ritmo di Idioteque in testa o si sorride pensando alla genialità del video di Paranoid Android. E’ un libro da tenere, non solo da leggere. Si può iniziare dall’ultima canzone come dalla prima, aprirlo a caso o scoprirlo pagina dopo pagina accompagnati dal filo cronologico della discografia. Quando compro un nuovo cd, di solito, lo ascolto in ordine, dalla track1 in avanti… Poi, però, inserisco la riproduzione casuale. Ecco, questo è un libro che si può leggere “random”!

Lettura divertente. Mi riferisco proprio al gesto di leggere. Per la prima volta ho letto anche in piedi. Spesso ballando. Cuffiette alle orecchie o stereo ad alto volume, passeggiando per casa o in giardino, seduta sul treno o in metro. Cantando. Ascoltando il brano e seguendone la traduzione, andando a scoprire il significato della singola parola, leggendo ipotesi o certezze sulla genesi del testo.
Il libro è ancora sul mio comodino. Perché? Perché quando ascolto i Radiohead, ormai, mi piace rileggere qualche pagina qua e là.

A chi lo consiglio? A chiunque ami la musica. A chi conosce i Radiohead o ha semplicemente canticchiato i brani più famosi e ora è curioso di sapere un po’ meglio chi sono quei ragazzi di Oxford che, diciamocelo, sembrano anche un pochino strani. A chi, magari, leggendo questa pseudo recensione, ha voglia di utilizzare contemporaneamente il lettore mp3 e un libro!

In cosa mi ha stupito? Questo libro mi ha raccontato che i Radiohead sono una band anomala. Che i testi di Thom Yorke suggeriscono altra musica e altre letture. Che brani che facevano nascere in me determinati sentimenti, in realtà parlano di tutt’altro (ma questa è colpa mia e del mio pessimo inglese!). Mi ha regalato la voglia di andare a un loro concerto e la consapevolezza di sapere che cosa sto cantando, oltre la semplice traduzione.
Da ultimo, ma per me molto importante, mi ha permesso di non arrabbiarmi troppo quando alla radio ho ascoltato per la prima volta la indecente versione italiana della magnifica Creep... Perché? Leggete il libro!

sabato 31 ottobre 2009

Casa di bambola

Casa di bambola
Henrik Ibsen
Torino, Einaudi

L’incontro con il testo di “Casa di bambola” consente di cogliere immediatamente la portata innovativa della rivoluzione drammaturgica ibseniana. Collocata a cavallo fra Ottocento e Novecento, essa apre la strada al dramma dell’individuo borghese contemporaneo, all’analisi delle difficoltà da lui provate nel rapportarsi ad una realtà in cambiamento dove il peso delle convenzioni e delle sovrastrutture grava sulla coscienza del singolo impedendogli di essere se stesso. Ibsen si impegna ad affrontare le questioni al tempo più dibattute, anzi in molti casi è lui ad aprire il dibattito sui grandi problemi sociali del periodo. Lo fa con l’estrema lucidità di chi voglia “far posare i contemporanei davanti al proprio obiettivo”, cogliendo con questo i meccanismi interni di un’eterna dialettica: quella fra l’individuo e la regola, il vivere comune.
“Casa di bambola”, come altri testi di questa “fase ibseniana” è profondamente radicata nella realtà del vivere borghese, nelle sue meschinità e falsità perfettamente incarnate dal marito di Nora, Torvald e dal suo spasmodico bisogno di rispettare le convenienze esteriori. Egli è pronto a sacrificare i legami più autentici e incapace di comprendere la profondità del gesto della moglie che lo ha salvato nel passato da un grave esaurimento, contraendo un debito. La protagonista è la tipica figura femminile ibseniana che scopre l’inautenticità del suo matrimonio, del suo ruolo nella famiglia, del proprio vivere nel complesso. E lo scopre in maniera repentina, con un brusco salto psicologico mediante il quale l’autore la trasforma da “bambola” in donna cosciente di sé e dei propri bisogni. Lo scandaglio interiore del personaggio e l’importanza attribuita alla rappresentazione dell’ambiente (in linea con le nuove esigenze del dramma borghese) costituiscono i due poli della innovazione di Ibsen che smaschera quanto di falso ci sia nel vivere quotidiano che tutti, più o meno consciamente, accettano. Nel corso della sua produzione Ibsen concederà spazio via via minore allo studio dell’ambiente per concentrarsi quasi esclusivamente sull’analisi del personaggio. È noto lo scalpore che il dramma destò fra i contemporanei. La conclusione vede Nora abbandonare marito e figli, improvvisamente consapevole di aver vissuto per otto anni accanto ad uno “sconosciuto” che ha semplicemente sostituito la figura del padre (“Con mio padre, una pupattola; con te, una bambola grande"). Tutto ciò si lega ovviamente al problematico ruolo della donna nella famiglia borghese di fine secolo, alla sua condizione subalterna che il drammaturgo norvegese coraggiosamente mette in discussione.
Lo stile oggettivo e chiaro, mai monotono, riesce a tradursi in scandaglio psicologico, specialmente nel dialogo finale fra Nora e Torvald, ma in generale in molteplici luoghi del testo (si vedano soprattutto i soprannomi che riceve dal marito), laddove Ibsen riesce sottilmente a suggerirci la “catena” che la lega a lui e il modo con cui si sia adattata alle norme che le sono state imposte da una società egoisticamente maschilista.
L’importanza dell’innovazione tematico-stilistica ibseniana si evidenzia nell’influenza che ebbe su drammaturghi come August Strindberg o George Bernard Shaw che, con i suoi drammi a tesi o “drammi di idee”, continua quello che Ibsen aveva iniziato proponendoci la discussione ed il dibattito come fulcri della pièce.

Claudia Consoli

giovedì 29 ottobre 2009

Superare la legge del più forte

La legge del più forte
Maria Gangemi

Montag (collana Le Fenici), 2009

L’aborto è un tema sempre scottante, capace di far nascere divergenze e scontri accesi. Si tratta di scontri di carattere medico, giuridico, religioso, ma anche socio-culturale.
È soprattutto in quest’ultimo ambito che si muove il brevissimo romanzo di Maria Gangemi, La legge del più forte. E' di un vero e proprio romanzo a tesi, che presenta una trama semplice, quasi un exemplum in cui tutti i personaggi (in fondo, anche la protagonista) sono statici come cristalli, preordinati in un quadro attento affinché riflettano le reazioni possibili di fronte a una gravidanza. Francesca, diligente studentessa di un piccolo paese calabro, incontra il suo Dorian Gray, l’algido pittore Samuel, molto più grande di lei. Ma l’intento di Maria Gangemi non è certamente quello di descrivere una sconvolgente storia d’amore; Samuel è semplicemente un’ombra di passaggio, che insieme a una gravidanza “indesiderata” lascia a Francesca la possibilità di crescere. Il centro del romanzo è tutto in questa nettissima presa di posizione pro-life: e crescere significa per Francesca scontrarsi con tutti gli antagonisti che cercano di convincerla che quel bambino è un errore tutto meno che indelebile.
La legge del più forte pone un problema, acre e bruciante, sin dalle prime pagine: “Ecco perché si discuteva tanto di interruzione di gravidanza (…) eppure se ne parlava con tanta discrezione, come di un semplice e corretto intervento medico che favoriva la salute fisica e psicologica della donna, ma nessuno parlava mai di quei bambini tirati fuori con la forza e lasciati morire anche quando miracolosamente nascevano vivi e piangevano e imploravano aiuto, a modo loro.”
Fortissimo il senso morale che anima queste pagine, e anche la vena polemica verso chi chiude gli occhi e si volta dall’altra parte, o verso chi usa due pesi e due misure. “Essere costretta ad ascoltare quei discorsi mi faceva fremere dentro”: è la coscienza di Francesca che parla, con una lucidità e una maturità che non riesce a trovare né in sua madre, nei suoi coetanei, nei medici.
La lotta di Francesca, risoluta anche quando si trova sola a dover giustificare la sua scelta, è in fondo il racconto della conquista della libertà, per il bambino che porta in grembo ma anche per sé stessa: “…e dopo, quanto mi sarei sentita infelice! Quel bambino era una parte di me, uccidendolo, avrei ucciso una parte di me stessa”. La lezione morale che Maria Gangemi ci comunica attraverso La legge del più forte è semplice e coraggiosa: le voci di paese corrono veloci ma con altrettanta velocità si disperdono, e l’unica cosa che resta, davvero, la più forte, è l’amore di una madre per il proprio figlio.

Presto l'intervista all'autrice.