giovedì 9 luglio 2009

Invito alla lettura - Raffaello Baldini: La nàiva, Furistìr, Ciacri


La nàiva Furistìr Ciacri
di Raffaello Baldini
Torino, Einaudi, 2000

pp. 355
€ 18.00

La raccolta riunisce nel 2000 opere einaudiane del sorprendente Raffaello Baldini: La nàiva (nell’edizione del 1982 era già stato incluso il precedente E’ solitèri), Furistìr (1988) e la nuova Ciacri, comparsa per la prima volta in questo volume.

I CONTENUTI - Raffaello Baldini (1924-2005) è il più innovativo dei poeti santarcangiolesi, soprattutto per tematica. Nelle sue poesie in dialetto entra sempre più il mondo della contemporaneità, osservato da un occhio critico e quasi veggente, amaro quando è ironico, grottesco e disincantato nella sua essenzialità. Fin dalle prime prove di E’ solitèri, a brevissimi quadri descrittivi, sentimentali, nostalgici, si alternano composizioni più lunghe, che preparano alla forma del poemetto narrativo, vero e proprio capolavoro baldiniano (nella raccolta Furistìr, arriverà con l’immaginosa e surreale Aqua a ben 435 versi!). Ecco un esempio del Baldini sentimentale, in una delle prove più amate dalla critica. Con 1938 siamo in presenza di quella vena nostalgica che molto spesso accompagna il tema d’amore in Baldini, un sentimento mai vissuto felicemente o in modo spensierato, ma sempre frustrato, passato, finito, amaro:

1938
La mèstra ad Sant’Armàid
Dal vólti, e’ dopmezdè.
La s céud tla cambra e la zénd una Giubek.
La n fómma.
Stuglèda sòura e’ lèt
La guèrda ch’la s cumsómma.
U i pis l’udòur.
Dal vólti u i vén da pianz.


(La maestra di Sant’Ermete | delle volte, il pomeriggio, | si chiude in camera e accende una Giubek. | Non fuma. | Sdraiata sul letto | la guarda consumarsi. | Le piace l’odore. | Delle volte le viene da piangere.)

Narrazione in versi (soprattutto endecasillabi, settenari e quinari, mai rimati), dunque, e quasi sempre narrazione polifonica: molte sono le voci che si succedono, talvolta disordinatamente, attraverso spezzoni di dialogo, punti di vista che s’alternano, senza la prudenza di avvertire il lettore. Perché? Perché il narratore è nella maggioranza dei casi un io-lirico monologante (diverso dall’autore), di solito piccolo borghese e di scarsa cultura, pronto a dar voce alla propria esperienza disordinatamente o a storie di altri personaggi del paese. Molto spesso, emerge con straordinaria mimesi la mentalità del paese, pieno di benpensanti, di frasi fatte, di ipocrisie, di chiacchiere senza senso (da qui forse il titolo Ciacri, anche se Dante Isella vi ravvisava una possibile allusione alla poesia in minore dei primi anni del Novecento). Il paradosso è frequentemente smentito dall’explicit delle poesie, talvolta nell’ultimissimo verso, disorientando il lettore, lasciando un potente e duraturo turbamento, come nella tagliente Agli analisi, in cui si elencano i vari esami clinici sostenuti dal personaggio, morto poi all’improvviso: «léu l’è mórt sèn cmè un pèss», si legge nell’ultimo verso.

Altre volte, da situazioni inizialmente verosimili si giunge a brani surreali, immaginosi e ambigui, come il fantasioso I lèdar, in cui il protagonista, dopo aver scoperto di avere i ladri in casa, si interroga ossessivamente su cosa abbiano rubato e, non trovando risposta, pensa di chiederlo direttamente ai ladri, scrivendo loro una lettera. O ancora nel Solitèri, il testo eponimo vede un giocatore di carte che fa ogni giorno il solitario senza mai riuscire a vincere, e solo alla fine il protagonista sostiene che i proprietari del bar, per dispetto, hanno sottratto al mazzo una carta: resta quindi in dubbio quale sia la verità e, se davvero manca la carta, per quale ragione il personaggio si ostini a riprovare il solitario. O ancora, nella già citata Aqua, il protagonista partecipa con alcuni amici a uno spettacolo di illusionismo, convinto di restare insensibile ai poteri del mago: inizia invece una surreale inondazione, che vede il protagonista (chiaramente ipnotizzato) alle prese con una fuga affannosa per i luoghi del paese, ormai confusi, invasi tutti dall’acqua del titolo.
Con Ciacri, al bisogno compulsivo di parlare (spesso senza che si realizzi una vera comunicazione), si aggiunge un tema sempre più presente nel tardo Baldini, ovvero il sentimento della morte. Così la stessa poesia incipitaria, che è tra l’altro stata scelta per la copertina del volume, tradisce questo malinconico senso di solitudine, accresciuto anche dalla recente scomparsa della moglie del poeta (1):

Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,
la sàira, préima d’infilé la cèva.
A sòun, drin, drin,
u n’arspònd mai niseun.


(Ma così, delle volte, quando torno a casa, | la sera, prima d’infilare la chiave, | suono, drin, drin – non risponde mai nessuno.)

LA RISATA – Spesso con Baldini si ride, e si rideva quando era la sua voce a recitare trafelata i suoi monologhi poetici (o i monologhi teatrali). Non è mai una risata fine a sé stessa, ma è una risata dal retrogusto amaro, sfogo per quella realtà asprigna che non sappiamo facilmente accettare.

LA SCELTA LINGUISTICA - Dialetto santarcangiolese, abbiamo detto. La scelta è per Baldini obbligata, non solo per una fuga dall’omologazione dell’italiano (o, almeno, non solo), ma soprattutto «uno s’accorge che quel che vuoi raccontare succede in dialetto e che tradurlo significa in fondo raccontarlo non come è realmente successo», che «l’italiano è sull’attenti, il dialetto è in posizione di riposo, in italiano sei in servizio, in dialetto sei in libera uscita» e «in italiano puoi dire tutto, in dialetto no, non puoi dire tutto, ma alcune cose puoi dirle meglio che in italiano». (2)

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(1) per un approfondimento sulla poesia di Baldini consigliamo l’incisivo ed esauriente monografia di Clelia Martignoni, Per non finire. Sulla poesia di Raffaello Baldini, Udine, Campanotto Editore, 2004

(2) dall’intervista di Manuela Ricci a Raffaello Baldini, “Prima le cose delle parole”, in «IBC», IV, n. 4, luglio-settembre 1996, pp. 68-71

martedì 7 luglio 2009

Andar per fiabe: una struttura composita per il lettore diffidente



Andar per fiabe
di Silvana Sonno
Perugia, Graphe.it Edizioni, 2009
con un intervento di Rosella De Leonibus e con le immagini di Luigi Fosca

€ 10.00
pp. 101

Come è possibile immaginare la fiaba in un mondo in cui tutto sembra già scritto? Silvana Sonno si interroga nella prefazione su questo interrogativo, e definisce «un’operazione temeraria» scrivere fiabe, oggi: innanzitutto, per l’assillo onnipresente della tradizione, così ben codificata, e poi per la perdita del pubblico di riferimento. Eppure la fiaba resta «cura dell’anima», in ogni tempo e spazio: si richiede solo di adattare il genere alla società contemporanea. Non è quindi possibile affrontare quest’impresa in chiave tradizionale: l’unica chance è sfidare il mondo moderno con un testo che buca la cosiddetta ‘quarta parete’, al fine di interagire coi lettori. E Silvana Sonno sceglie per la sua opera una struttura composita, che nella prefazione fa risalire al “teatro di parola”, ma che possiamo ricondurre a tanta letteratura postmoderna.

Le otto brevissime fiabe sono provocatoriamente ricche di citazioni letterarie, talvolta calchi scoperti della tradizione, a cominciare dall’incipit che richiama Collodi, fino alla fiaba La bambina, vera e propria copia di Cappuccetto rosso. Di per sé scabre oltre l’essenziale, le fiabe risultano volutamente prive di spessore, se strappate alla struttura sperimentale dell’opera. Non vanno quindi lette a sé, né in un ordine casuale, ma sono sempre risultato di una ricerca calibrata in progress.

Ma il lettore ideale, immaginato dalla Sonno, non è affatto passivo, coglie le allusioni e si ribella all’autore. Nasce così la parte più innovativa del testo, una sorta di dialogo-diatriba tra il Lettore e l’Autore (Vero Autore di fiabe, come precisa l’autrice). Il Lettore è disincantato, dotato di un buon bagaglio culturale e letterario, ma soprattutto è disilluso, guarda all’Autore con una sorta di diffidenza molto attuale e scalpita per smascherare gli artifici dello scrittore. Non è quindi facile per l’Autore continuare, e non mancano infatti le interruzioni, le richieste (numerose) di fiducia e di pazienza (che spesso il Lettore gli nega). E’ dunque inevitabile che il lettore ideale non sia un bambino, né un ingenuo, pronto ad affidarsi alla volontà dello scrittore. Con le critiche del Lettore si rompe così il famoso “patto col lettore” di cui parlava Coleridge: questo lettore non trattiene il giudizio, ma lo riversa con un’irruenza quasi violenta, anche se verso la fine dell’opera sarà in qualche modo portato a ricredersi.
Ai testi seguono poi le Mappe di Luigi Fosca, in un’interessante e curiosa appendice finale, da osservare fino alla riflessione soggettiva. Si conclude con il bell’intervento di Rosella De Leonibus, in cui la fiaba, personificata, racconta in un saggio accattivante le sue caratteristiche, semplificando (ma non banalizzando) le leggi rintracciate da Vladimir J. Propp.

GMG



domenica 28 giugno 2009

La bellezza e gli oppressi


La bellezza e gli oppressi. Dieci lezioni sull'idea di giustizia
di Salvatore Veca
Milano, Feltrinelli, 2002

€ 13.00
pp. 175

Dieci lezioni sull'idea di giustizia. Per Salvatore Veca, uno dei più celebri filosofi politici italiani, ragionare di giustizia nel tempo inquietante del globo conteso, significa, citando Camus, misurarsi con il fatto dell'ingiustizia, dell'oppressione smisurata, ma anche serbare intatta la speranza della bellezza, sondare lo spazio del cambiamento, non utopico, ma possibile.

Veca declina così temi di centrale importanza per la filosofia politica contemporanea: il fatto del pluralismo (ricordando Berlin), il pluralismo come valore, i problemi insoluti di una teoria della giustizia senza frontiere, nel momento in cui gli stati nazionali abdicano i loro poteri erosi a istituzioni internazionali, spesso vacue (quando non direttamente a multinazionali), nell'ambito della cosiddetta costellazione postnazionale (come ci ha insegnato Jurgen Habermas), l'analisi del senso dell'ingiustizia come sentimento di non riconoscimento dell'identità, come sentimento di esclusione da cerchie di pari che si riconoscono mutuamente, fino a giungere a questioni più metateoriche, o comunque interne al dibattito dei paradigmi di giustizia, inaugurato nel 1971 dall'opera capitale di John Rawls, A Theory of Justice: il contrasto tra teorie utilitariste e teorie dei diritti, il debito largo delle teorie dei diritti e degli utilitaristi nei confronti di Kant, l'importanza per la filosofia politica delle scienze storico-sociali e psicologiche, le questioni di giustizia procedurale, il percorso intellettuale di Rawls successivo alla sua opera principale.


Nell'ultima lezione, quella in cui si dibatte il tema livido della guerra giusta e dell'ingiustizia della guerra, Veca sostiene che la filosofia politica, se vuole giungere ad una soluzione del rompicapo della giustizia globale, deve adottare una prospettiva, quella dell'utopia ragionevole, un criterio normativo, quello dello sviluppo umano come libertà, ed un metodo, quello della giustizia procedurale minima (con un'implicita critica all'idea di giustizia procedurale pura proposta da Rawls).

Nella presentazione di questo libro, non potendo dispiegare ogni tema trattato, ho deciso di soffermarmi sull'analisi del senso di ingiustizia, di cui Veca si occupa nell'ottava lezione.
Il senso di ingiustizia è un sentimento morale, la sua analisi perciò richiede la distinzione tra sentimento, valutazione e credenze: sentire che p è credere che p. L'ingiustizia può essere riferita a noi in quanto pazienti morali, o in quanto agenti morali. Nella misura in cui siamo pazienti morali l'ingiustizia è un'ingiustizia distributiva: x ha più risorse, beni, opprtunità di me e io ne ho meno di quanto dovrei. In quanto agenti morali invece l'ingiustizia esplica il fatto dell'esclusione: i partecipanti sono esclusi dal riconoscimento di meriti all'interno di una cerchia di pari, e dalla possibilità di cooperare all'esplicitazione di regole condivise nelle pratiche comuni (in entrambi i casi l'ingiustizia, come insegna Aristotele, è un fatto di pleonexia). Sentire l'ingiustizia significa sentirsi non riconosciuti come membri cooperanti, significa vedere ostruite le possibilità di avere alcun ruolo nella costruzione di mondi sociali condivisi. Il senso di ingiustizia è perciò la revoca del rispetto da parte degli uomini, il non riconoscimento dell'altro uomo come degno di cooperare alla creazione di pratiche comuni, cioè come uomo degno di essere tra gli uomini perché essere che si pone dei fini. Se ciò avviene, e si rompe il legame sociale, la virtù della lealtà tra cittadini, allora:

“il nostro mondo sociale è un mondo fatto da altri, un mondo alla cui specificazione noi non abbiamo partecipato. Un mondo sociale fatto da altri è un mondo per noi straniero, un mondo intrinsecamente non nostro: è vero, naturalmente, che noi siamo tutti immigranti in mondi non nostri per il semplice fatto che non scegliamo di nascere nel mondo sociale in cui accade che nasciamo”.

lunedì 15 giugno 2009

Poeti in ascolto - II - Francesca Genti



Francesca Genti è stata all'Imbarcadero pavese, per un aperitivo letterario il 3 giugno scorso


Francesca Genti è una ragazza torinese, e vorrei sottolinearlo, perché a Milano ha portato quell’apertura mentale, quella visione un po’ amara e tanto accesa che solo nei ragazzi torinesi ho trovato così. Ha una bellezza semplice, senza orpelli, e una birra gialla in un bicchiere di plastica trasparente: a lei, si capisce, la birra piace dentro quel bicchiere, dal bordo un po’ tagliente, perché non è rifinito, e non ha pretese. Ci presentiamo a mano tesa, e la sua è una bella stretta, pare quasi un abbraccio, un ringraziamento per partecipare all’incontro della serata, una ricerca di amicizia. Ha gli occhi vigili, Francesca, sanno guardare tutti i presenti, e anche quelli che stanno ancora scendendo le scale, vicino al Ticino, sotto il tramonto. Aspettiamo insieme che arrivi l’orario, c’è qualche battuta, poi Francesca si mette comoda – a gambe incrociate, sopra il bancone del tecnico-audio – e ci trova tutti lì in attesa.

Comincia, fruga tra le pagine, si fa introdurre da Alfonso M. Petrosino, presentatore della serata, tra una battuta e la ricerca di una poesia dalla sua prima raccolta, Il vero amore non ha le nocciole. Ci racconta che le poesie lì dentro, raccolte nel 2004 per Meridianozero, in realtà provengono da una grande selezione, e si capisce che sono partite con gli anni dell’adolescenza, e adesso leggerle ha un peso nuovo, una netta esposizione di sé. Specialmente se a queste si sommano i testi di Poesie d’amore per ragazze kamikaze, recentissima raccolta del 2009 (Purple Press, Roma), dove si fronteggiano poesie nuovissime. Ma non è un vero scontro con la sua prima opera, anzi, sembra che già nel Vero amore non ha le nocciole ci siano tutti i caratteri della poesia di Francesca.

Perché già qui si trova la commistione spudorata di vocaboli contemporanei, quotidiani, a volte perfino bassi, uniti a parole della tradizione. Per farlo, preferisce versi brevi, li rima, li accosta, li separa con la brutalità di spazi bianchi frequenti, oppure li fa finire di colpo, con chiuse secche, dal gusto epigrammatico. È lei che detta le regole della sua poesia, e a noi lettori non resta che farci rapire da quest’andamento di filastrocca che ammazza ogni banalità coi contenuti.
Non mancano flash sulla società del consumo, artificiale e priva di vero interesse, così in contrasto con la contemplazione della natura e di quella Milano tanto presente:

LE FOGLIE D’EDERA DEL CASTELLO SFORZESCO
le guardo frusciare nel vento
dialogare con il sole e il prato.

sono molto felice in questo momento
saldata con il creato.

(tutto il resto per me non conta niente
tutto il resto è un merdoso ipermercato).


Troviamo poi pezzi sui parenti, gli amici, ma più spesso ci sono pagine su di sé, sulla sofferenza della crescita e sull’estasi dell’osservazione, che è resa possibile solo in una circostanza di solitudine:

CONTEMPLARE IL DOLORE NELL’ACQUA
intrisa di senso di colpa
profumata di bucato solitario.

ho tantissimi amici per la strada.

ma se voglio il piacere senza macchia:

devo stare

in silenzio
da sola
in segreto

comporre un settenario.


O ancora:

È ETERNO SOLAMENTE IL DESIDERIO
quindi non riesco a prendere sul serio:

gli anelli di famiglia i matrimoni la festa
di natale pasqua e le altre tradizioni.

(sono una nuvola rigonfia di tempesta
un vecchio frocio senza più illusioni).


Altrove ricorre un interlocutore silente, un amante che non risponde, a cui Francesca dedica ricordi, promesse e speranze (perché, in fondo, «è l’amore la bestia che ci salverà»), quando non è dolore spurgato direttamente dal cuore. Lo stesso risvolto erotico, così presente, è vissuto da una bambina cresciuta, ma non abbastanza da perdere la tenerezza e i risvolti inaspettati, a volte vissuti con commovente purezza:

È STATO BELLISSIMO NON BACIARTI
in fondo alla panchina desolata.
con il viale in prospettiva sullo sfondo.

con te io mi isolo dal mondo.

abbiamo inventato un’assurda giornata:
malinconica implosiva musicale
enigmatica sommessa smisurata.

sento il dolore del plesso solare
sento la testa piena ma svuotata.
esattamente come in terza elementare
la prima volta che mi sono innamorata.


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scritto da Gloria M. Ghioni


* Le poesie sono tratte da Poesie per ragazze kamikaze, Roma, Purple Press, 2009

sabato 13 giugno 2009

Poeti in ascolto - I -



Incontri di poesia all'Imbarcadero pavese
di Alfonso Maria Petrosino

Ieri l’Imbarcadero di Pavia ha ospitato la seconda delle quattro letture di poesia (il cui slogan è “tutto scorre” perché Eraclito docet ed il Ticino dimostra), previste ogni mercoledì fino alla fine di giugno.
Lettura, questa, triplice: dietro al microfono si sono avvicendati tre poeti: Marco Bin, Silvia Cambiè e Roberto Batisti.

ROBERTO BATISTI, bolognese, scrive poesie allucinate. Io non so esattamente cosa significhi “allucinato”, ma se vuol dire che delle luci che arrivano da non si capisce bene quale fonte illuminano le cose e le persone e fanno vedere cose e persone che non ci sono realmente o che realmente non sono così, ma che lo sono anche, ad un altro livello, in un altro modo, se non nel mondo, nella mente; se indica qualcosa che nel complesso appaia strano e stravagante e straordinario, be’ sì, allora Roberto Batisti scrive poesie allucinate. Ed al di là delle visioni, siano apparizioni storiche o paesaggi extraterrestri o ultraterreni, io gli invidio innanzitutto il vocabolario, anzi i vocabolari. Io me lo immagino a casa sua, a Bologna, con scaffali pieni solo di glossari, lessicografi, raccolte di gerghi desueti.

gengive di scimmia, paonazze,
e barlumi di storia
brillano come tozze candele votive
in fondo agli occhi dell'orangutan

il cucchiaio che soppesa la minestra
non esclude di avere a che fare
col venerabile brodo primordiale

sopra i tetti, in attesa
dell'invenzione dei pipistrelli,
incrociano rauchi pterodattili
sfracellandosi fra pale di elicotteri


NEI TUOI OCCHI
c’è il Sacro Romano Impero
e i fiori delle Svalbard

i polsi accesi di rosa
dei pianisti in alberghi tropicali
la pioggia agli scali ferroviari

e l’oscillare delle lampade
nella notte di Betlemme

ci sono nei tuoi occhi gli infiniti
annientarsi di regni catafratti
nelle sabbie e nelle isoipse nere

le mandorle e lo zenzero di Malta

e suicidi per amor folle a Rostov
– cartoline appoggiate sulle stufe –
le piume e il lampo dolce del salnitro



ho amato così tanto che il mio sangue
lava le strade, ignare le corporazioni
degli operatori ecologici

e a saperlo sono i frutti che gelano
sotto le pergole e arricciano gole e
sonni ai barbari accampati
oltre la siepe

mentre nessuno più scende goloso di predare
le mie carni, o le tue, canore e pallide


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SILVIA CAMBIE' è come un rigore che spiazza il portiere. L’ascolti mentre srotola queste parole sincopate e allegre e da come suonano tutte assieme, da come rimano, elettriche e nervose, come lacerti di filastrocche accelerate col fast-forward, pensi: è una burla. Cioè, pensi: son cose divertenti, qui si scherza. Poi distingui le parole e le colleghi, è un attimo e tra una rima e l’altra, nel giro dei pochi versi - perché quasi tutte sono poesie brevi - emergono chiare le cose che Silvia chiaramente dice: l’amore assoluto; la mancanza; il sesso; l’ipocrisia; lapsus; scarti umorali; i piccoli - e quindi più appuntiti - aculei della disperazione. Ci sono l’odio per l’amica infame e l’insofferenza per un ambulante insistente, l’approvazione per una lavatrice che gorgoglia e balla. Tutto quello che ha a che fare, o che dovrebbe insomma, con il cosiddetto senso alla vita.

L'amore è quella cosa che
non esiste quando non c'è
e quando c'è diventa tutto.

Questa definizione è il frutto
di lunghe analisi comparative
fra varie specie d'oche giulive.


alla mia lavatrice

La mia lavatrice dice
gorgogliando con orgoglio
che se lava lei è felice
e fa più di ciò che voglio

oltre a stare al mio volere
si dimostra alquanto estrosa
è un'artista da vedere
lei trasforma il bianco in rosa

in un ciclo di lavaggio
mima il rombo di un biplano
dal decollo all'atterraggio
urla più di un capo indiano

ma la dote peculiare
che giustifica ed avalla
questa lode singolare
è che mentre lava, balla!

E non c'è soltanto quella
...la mia lavatrice è bella.



poi ci sono le invettiveinventive come

per una cara amica
Sei da anni la mia migliore amica
quindi lascia che te lo dica:

ti ho voluto sempre bene
ascoltavo le tue pene
con sincera comprensione
per qualsiasi confessione;
non me ne importava niente
anche se eri un po' indecente
coi tuoi mille spasimanti,
nelle cene con gli amanti...

ogni sera uno diverso,
dei tuoi "amori a tempo perso"
ascoltavi i complimenti:
che stupendi lineamenti,
che ragazza interessante,
uno sguardo ammaliante..
poi finiva sempre presto
per il minimo pretesto:
niente storie durature
solamente avventure.

Raccontavi divertita
come era la tua vita
ti dicevi soddisfatta
io ti davo della matta,
e poi inaspettatamente
hai trovato finalmente
la persona con cui stare
quella che non vuoi lasciare.

Non so se ne hai memoria
l'hai incontrata, brutta troia
proprio nella mia mansarda
e sei stata una bastarda
perché era mio marito,
me la son legata al dito
anzi peggio: io ti ammazzo
e con te anche quel pazzo.

Io vi investo con un treno,
io vi invito e vi avveleno
con il dolce più squisito:
piatto freddo. Garantito.


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MARCO BIN è uno che vince a man bassa i poetry slam (anche contro Rosario Lo Russo! e persino contro il sottoscritto - ultimo, in ordine di tempo, al Sottovento, rendendo vana la claque che avevo prezzolato all’uopo). Scrive e interpreta le sue poesie con una spudoratezza che tendevo a ritenere disdicevole. C’è l’ermetismo, nella sintassi e nel lessico che più che scelto è rarefatto, nelle frasi sospese a dire tutto o se non tutto il più possibile. C’è il lirismo di chi cerca appigli e appoggi non nelle rime o nei piedi dei versi, ma nelle cose, in primis, perché le cose già di loro sono spigolose. C’è, soprattutto, l’entusiasmo. Occupandosene, non ha paura di pronunciarla la parola “anima.”
Le sue poesie parlano di amore e morte, di luci e vertigini interiori, di baci e silenzi e della madre che sa morituro il figlio o della figlia davanti alla perdita del padre e, naturalmente, di Dio.

ITE MISSA EST

So che era morto qualcuno
dopo un Tu mi ha baciato
e tempie a tempie appoggiarsi.

Il resto dei giorni a sfiorirci
di tra le labbra.

So che era sereno fuori.
Il mondo, un giocattolo spezzato.

Non era quello il tuo cielo.
Un azzurro troppo netto
piombato sulle cose.

L’intero sagrato tremava di luci
di suoni a spogliare feroci gli sguardi
dal dono di un forse, da un altro quando.
Nel sole troppo bianco tu eri nuda
a ognuno blindata di frasi per tutti.

Allora siamo venuti
vestiti di lutto fin dentro gli occhi.
Ciascuno a chiamarti, a fermarti il viso
tra le mani, a trattenerti intera
nell’abbraccio, a farti propria
solo un istante incolume al tempo.

Nessuno ha schiuso il tuo vuoto.
Lo strapiombo, strapiombo è rimasto.
Ma eravamo noi il tuo cielo.
Il buio buono nel sole delle tre.

II


Come mai questo tremare?
Gli scricchiolii di anni a tratti
corrono ora, si annidano assieme
immobili rodono, come crepe.

Ora aspetti un colpo
lo squarcio che strappi e uccida
questo morire feriale
che morde a ogni morso di pane.

Nell’angolo più alto dello sguardo
il tempo è un gatto
che trema nel suo buio.

VIII


Vedrai fiorirà in gola, come una sete.
Sarà il bambino che si alza
dopo il primo salto di cielo.

Conserva, sboccerà la maceria di suono.
Ora non tradire la sillaba chiara
il suo primo canto appena sei stata.

Si, nient’altro poi.
E poi l’aprirsi dei giorni.


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Scritto da Alfonso Maria Petrosino*



* ALFONSO è dottorando presso il dipartimento di Filologia Moderna dell'Università degli Studi di Pavia. Ma soprattutto è poeta:i suoi testi sono apparsi sulle riviste «Atelier», «Poeti & Poesia», «L'immaginazione», il quotidiano «La Repubblica» e le antologie I poeti laureandi (Monboso editore, 2006), Nelle vene della terra (Premio Subway, Milano - Roma - Napoli, 2007), Oltrepoesia (Monboso editore, 2007) e Leggere variazioni di rotta - 20 poeti dal blog liberinversi (Le voci della luna, 2008). Autostrada del sole in un giorno di eclisse (Edizioni O.M.P. Farepoesia, 2008) è il suo primo libro, a cui è seguito Parole incrociate (Tracce, 2008).

venerdì 12 giugno 2009

La philosophie dans le théâtre...tanto per dare il La...

Per liquidare emozioni in sensate sensazioni,

per spremere la coscienza dai pori della pelle,

e schiacciandola come una pustola

(e provocare la paura,

stimolando vere bocche

a eiaculare pensieri in un liquame

di parole, e le parole a farsi carne):

(penso a una farsa tragica orgasmatica,

a un tragico striptease dell’ideologico:

penso, vedi, all’osceno della scena):

(grande boudoir di ogni filosofia):

ogni teatro è un teatro anatomico

E. S.

 

Per iniziare dedico questa perla di saggezza sanguinetiana a tutti voi, amanti del libro, amanti della parola, amanti dell'emozione che ogni giorno ci può dare un libro, una pagina, una frase... io mi occupo di teatro, ma penso che tra il testo di un libro e un testo teatrale ci sia sempre comunque quella forte emozione che ci affascina, ci rende vivi...

Per ora sto leggendo:

Jean Girardoux  La guerra di Troia non si farà

Marguerite Duras  Il pomeriggio del signor Andesmas

(non è teatro è vero, ma per il concorso che devo fare qui a Parigi bisogna renderlo teatrale :) e vi assicuro che la Duras dimostra di sapere cos'è la materia del teatro... :D)

e poi aggiungerò dei consigli, delle varie cose capitate sul cammino (la prima sicuramente sarà un ciclo di letture che ho preparato poco tempo fa: 

La philosophie dans le théâtre (Sade/Artaud/Brecht/Sanguineti)

A presto allora a tutti (sperando di avere il grande piacere di conoscervi presto... aggiungo un abbraccio ed un baciotto ad una persona...)

tanti sorrisi :D a tutti!

"Lavorare all'inferno" tra arte, storia e società


Lavorare all'inferno. Gli affreschi di Sant'Agata de' Goti
a cura di C. Frugoni
Laterza, 2004
€ 35,00

L’epoca in cui viviamo, costruita su una continua stimolazione dei sensi, ha come devastante effetto la diseducazione al loro utilizzo. Si tratta di una relazione di proporzionalità paradossale: all’aumento esponenziale di sollecitazioni visive corrisponde una diminuzione fortissima dell’attenzione, della capacità di soffermarsi sugli oggetti, anziché scorrerli come una pagina web colma di informazioni. In definitiva, la tesi che sostengo è che non sappiamo più guardare e ascoltare allo stesso modo. Ci sono i pro e i contro, naturalmente: ma questa premessa era necessaria, se non altro per dare un piccolo saggio di quale può essere l’abisso che intercorre tra il modo in cui un nostro contemporaneo e un uomo del XV secolo “vedono”, “ascoltano”.
Vedere il colore, immagini e storie. “Lavorare all’inferno”, raccolta di saggi a cura della storica C. Frugoni , nell’analizzare il ciclo di affreschi di una chiesetta del beneventano, la SS. Annunziata di Sant’Agata de’ Goti, raggiunge in sostanza un obiettivo più alto: quello di mostrarci quanto stretto sia il collegamento tra il fatto artistico e storico.
Ad un occhio inesperto – l’occhio abituato ai grandi cartelloni pubblicitari, ma anche quello abituato a misurare la bellezza sui corpi della Cappella Sistina – questo ciclo di affreschi (riportato alla luce in un miracoloso restauro tra il 1973-1977) non sembra altro che l’espressione di una mano provinciale. Ma la realtà, specialmente nell’iconografia medievale, non è mai semplice e “brutta” come appare.
L’abside, decorata come “una grande pagina miniata” (Abbate), pullula di affreschi votivi che ritraggono, in tabelloni istoriati, santi guaritori, protettori contro le incursioni saracene, emblemi di una spiritualità della quale, nelle nostre città, sopravvive solo un larvato ricordo, in sagre di paese e processioni delle quali molti non ricordano più il significato.
Ma la sorpresa della SS. Annunziata si riserva alla fine: l’ultima cosa che i fedeli vedevano (e vedono), prima di uscire, è il grande affresco del Giudizio universale. Sulla parete della controfacciata si condensano significati nuovi e tradizionali, e anche un “mistero” che vi lascio il piacere di scoprire.
Nella parte riservata all’inferno, un mugnaio, un fabbro, un giudice, un notaio, tra le fiamme continuano tranquillamente quelle professioni che, esercitate con disonestà, hanno decretato la loro dannazione. “Lavorare all’inferno”, mantenendo quindi un’identità sociale, una tipizzazione che rendeva bruciante e istantanea l’immedesimazione del fedele.
Una sola cosa non è cambiata nel corso dei secoli: la capacità dell’uomo di riconoscersi in “segni”, immagini che immediatamente identificano un’idea, una storia, un messaggio. Questa raccolta di saggi è capace di calarci, con immediata chiarezza, nel sistema di segni che un uomo del primo ‘400 era capace di cogliere al volo, e grazie al quale poteva riflettere – non soltanto sul suo destino ultimo, ma anche sui rapporti politico-sociali che lo circondavano. Uno strumento, dunque, per meditare su se stessi seguendo un doppio binario, quale si profilava chiaramente in quegli anni: quello escatologico, profondamente devoto, e l’altro, altrettanto urgente, delle interazioni umane.

Laura Ingallinella

venerdì 5 giugno 2009

Una boccata d'aria


Valerio Massimo Manfredi

IDI DI MARZO

Mondadori

pagg.241 ca

18,60 €



Per chi è rimasto affascinato dalle indubbie qualità di Manfredi, dimostrate ad esempio nelle vicende personali e personalizzate di Akropolis, nella trama avvincente de Lo scudo di Talos oppure nel fitto contrappunto a due voci e a due tempi ricamato ne L'oracolo, od ancora nella forza vitale che anima la trilogia di Aléxandros non potrà non rimanere deluso davanti alle Idi di marzo. Sicuramente si potrà trattare di una boccata d'aria, di una sorta di stazione di sosta in cui riposarsi dopo tante letture magari più impegnate e più impregnate a livello di significati latenti e critiche sociali, ma da Manfredi, visti i precedenti, c'era da aspettarsi altro. Chiave di volta dell'impianto narrativo e di una trama filata frettolosamente con materiale ancora ruvido al tatto, è l'epigrafe iniziale tratta dall'Alcesti di Euripide: "Chi deve morire è già morto. E un morto non è più niente". Infatti si può quasi toccare con mano, attraverso le pagine, la figura floscia e impotente di un Cesare ridotto ai minimi termini, come una busta di plastica al vento. Intorno a lui, sicuro protagonista della vicenda, ruotano personaggi secondari ma non necessariamente minori, fili narrativi svolti in parallelo che evidentemente meritavano di essere raccontati anche se non hanno inciso sulla realtà storica. Ricordiamoci infatti che il volume con la copertina rigida, le pagine spesse e i caratteri enormi che abbiamo tra le mani è pur sempre un romanzo storico, anche se poco approfondisce i temi di quel periodo, rimanendo più vicino al genere avventuroso. Manfredi, quale appassionato di storia antica, non riesce a trattenersi mentre scrive, quasi come se già conoscesse tappe e finale del romanzo, dando alla narrazione un ritmo serrato e a volte troppo rapido senza risultare incalzante. Appena accennati i meandri psicologici dei personaggi, tutta la struttura di questo libro sembra asservita all'enumerazione degli eventi perdendosi spesso in cliché e luoghi comuni nel tentativo (vano) di darsi uno slancio, di creare tensione. In realtà sarebbe un'opera questa che non avrebbe incontrato il favore dello Pseudo-Longino, meglio conosciuto come l'Anonimo sul Sublime. Semplicemente perché non cade mai. Nella foga di scrivere, al contrario di Omero, Manfredi presenta un percorso pianeggiante o quasi , però ad altitudini elevate, dove l'aria è rarefatta e difficilmente l'attenzione del lettore rimane invariata dall'inizio alla fine, senza alcun calo. Una scrittura frammentata e molto elaborata che pecca forse più guardandola dall'alto che in ogni singolo paragrafo. E con ciò non si vuole sminuire l'abilità di uno scrittore del suo calibro, perché sicuramente Idi di marzo è un libro scritto bene, sintatticamente ed espressivamente valido per le immagini fornite. Peccato che siano come tempere distese su tela troppo velocemente ed esposte al pubblico senza aver avuto il tempo di asciugarsi, con un'asfissiante dovizia di particolari ed errori di perfezione più che mancanze vere e proprie. In sintesi una lettura non troppo piacevole, ma neanche sgradevole, adatta a palati a digiuno di belle forme e non eccessivamente esigenti per contenuti e significati etico-morali.

Adriano Morea

domenica 31 maggio 2009

Evasioni letterarie


Istituto Superiore "A. Volta"
Sede Casa Circondariale di Pavia

Evasioni letterarie. Pagine nate nella notte, dentro un carcere

OMP Edizioni, Pavia 2009
€ 7.00
Codice ISBN: 978-88-95762-07-4


Quando ci si accosta alle prime pagine, qualcosa accade. Nel momento in cui le sbarre si richiudono con il loro rumore stridulo, metallico, si aprono le porte di quel mondo che sempre resta privato, inespugnabile. Questo è il primo approccio a Evasioni letterarie, antologia di poesie, prose e riflessioni che i carcerati pavesi hanno scritto sotto la guida delle professoresse Elena Roveda e Anna Zucchi.
Rinunciando alla loro ora d’aria, i detenuti hanno proposto per iscritto i loro sentimenti, secondo la spontaneità di quella nuova prospettiva che è il carcere, dove non esistono più le maschere della vita quotidiana, né le scuse per non guardare in fondo a se stessi e capirsi.

Si crea un silenzio attorno, pronto a farsi occupare da nuovi rumori, a noi sconosciuti, ma non incomprensibili. E iniziano a liberarsi le tante vite che qui scrivono di sé con la forza con cui, notte dopo notte, accettano la solitudine delle blindate. Che solitudine, poi, non è. Come potremmo credere, non è però la presenza dei compagni di cella ad alleggerire la nostalgia, ma gli affetti più antichi della famiglia d’origine, di quella madre le cui «cinque lettere [del nome hanno un] suono semplice, ma allo stesso tempo forte ed eterno», come scrive Luca Calajò. La madre che ama senza riserve il figlio, benché sia finito in carcere, ma anche la madre che non può essere raggiunta. Il dolore del figlio, dunque, è proprio quello di non poterla consolare, né soccorrere nelle piccole necessità quotidiane, come scrive G.S.:

Vola il pensiero di quel figlio
Che non c’è
E lunghe le ore sulla tua sedia, scandite da un tic-tac eterno.

Se avrai sete
Non sarò lì
A riempire il tuo bicchiere,
se avrai fame
non sarò lì
a cucinare il tuo piatto preferito.

Oggi questa cella è prigione per me
Ma ancor più segrega la tua anima,
nega la tua volontà e soffoca il tuo respiro.


A pagine commosse per l’affetto della madre, è interessante notare che non corrispondono pensieri al padre. Non serve, d’altra parte, ricorrere alle teorie freudiane (poi riprese, ad esempio, da Erich Fromm nel suo notissimo L’arte d’amare) per ricordare che l’amore di una madre per il figlio è totalmente disinteressato, viscerale e disposto a resistere anche davanti alle più cocenti delusioni. Al contrario, l’affetto del padre è un percorso in salita, qualcosa che il figlio deve meritare. E, forse inconsciamente, questi uomini credono che le sbarre del carcere abbiano segnato una separazione decisiva e irrimediabile.

Ci sono poi, come un filo rosso che lega i percorsi più diversi, gli affetti più recenti delle compagne, a cui sono indirizzate lettere piene d’amore o dedicate poesie. E, se il rapporto è stato minacciato e minato definitivamente dalla prigione, come per Vincenzo Dalia, non viene meno il sentimento, riconvertito in affetto verso la figlia nata dal matrimonio.
Le compagne e i figli dei detenuti portano luce nell’asettica stanza dei colloqui. È questo uno dei momenti di maggiore libertà, almeno emotiva. Grande è l’attesa, un’attesa che G.S. non teme di mettere a nudo con la sua efficacissima cronaca, mossa come se fosse un discorso tra sé e sé. A nulla vale riproporsi di restare calmo e fissarsi nella mente cosa raccontare al figlio e alla compagna: tutte le fantasie sono dissolte da quel nodo in gola e da quell’urgenza di parlarsi, abbracciarsi e riconoscersi che ogni volta rendono l’incontro indimenticabile, avulso dalla prigione. In una parola: libero.

Questo è proprio solo un assaggio delle svariate tematiche che attraversano la raccolta, organizzata secondo una sorta di glossarietto d’emozioni, in ordine alfabetico, che vedono succedersi parole quali ‘Amicizia’, ‘Amore’, ‘Matrimonio’, ‘Felicità’, riequilibrate dal gravoso ‘Avvocato’, dalla rimata ‘Robin Hood’, dall’inevitabile ‘Nostalgia’, ma anche dal tormento pavese delle ‘Zanzare’.

GMG

Volete saperne di più?? Allora guardare il sito della casa Editrice
Oppure venite alla presentazione del libro del Prof. Polimeni il 4 giugno!

Evasioni letterarie ha debuttato al Salone del Libro di Torino. Anche Critica Letteraria c'era! (nella foto, da sinistra: Prof. Giuseppe Polimeni, Gloria M. Ghioni)

giovedì 28 maggio 2009

Invito ai Catanesi


(clicca sull'immagine per ingrandirla)